Non un colpo di Stato, ma «un grande rimpasto di governo». Così la Cina, scegliendo attentamente le sue parole, si allontana da una condanna diretta dei fatti degli ultimi giorni in Myanmar. Una condanna che non è arrivata neanche dell’Onu a causa del veto di Pechino. Ieri, il consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite aveva preparato una dichiarazione contro il colpo di Stato nel Paese del sud-est asiatico, ma – secondo quanto riporta la BBC – il Consiglio ha dovuto bloccare la dichiarazione a causa del veto cinese.

Anche durante la crisi dei Rohingya nel 2017, la minoranza perseguitata in Myanmar, e rifugiatasi in Bangladesh, Pechino aveva bloccato qualsiasi iniziativa del Consiglio per tenere riunioni sul Myanmar e rilasciare dichiarazioni congiunte. La Cina «è perplessa e stupita dalla fuga di un documento interno in discussione al Consiglio di sicurezza dell’Onu», ha commentato il portavoce del ministero degli Esteri Wang Wenbin. Le affermazioni che la Cina potrebbe sostenere o acconsentire i conflitti interni in Birmania «non corrispondono alla realtà», ha voluto aggiungere Pechino.

La posizione ambigua della Cina

«La comunità internazionale dovrebbe creare un ambiente esterno solido per il Myanmar al fine di risolvere adeguatamente i conflitti», ha osservato Wang. Il portavoce ha ribadito la posizione della Cina che «spera che tutte le parti in Myanmar possano gestire adeguatamente le loro differenze nell’ambito del quadro costituzionale e legale e mantenere la stabilità politica e sociale». Una posizione, quella cinese, che continua tuttavia a rimanere ambigua. Pechino è tornata a costruire rapporti con Naypyidaw solo dopo la fine della dittatura militare.

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Durante gli anni in cui la leader della Lega Nazionale per la democrazia, Aung San Suu Kyi, è stata al potere, la Cina ha investito molto in Myanmar. In particolare, dopo il lancio del progetto della Belt And Road nel 2013, Pechino ha fatto del Myanmar uno degli snodi principali della sua Nuova Via della Seta attraverso il China Myanmar Economic Corridor. Il Paese si trova infatti in una posizione strategica per ottenere l’accesso diretto all’Oceano Indiano. E da Pechino sembrano per ora pensare che la strategia migliore sia quella dell’attesa.

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