Nel Piano nazionale di ripresa e resilienza gli investimenti per la Cultura sono inseriti all’interno del contesto molto più ampio della “Digitalizzazione, Innovazione, Competitività, Cultura”. Lo stanziamento complessivo ammonta a 49,2 miliardi di euro, ma la parte destinata alla Cultura è molto inferiore. Gli obiettivi sono «promuovere la trasformazione digitale del Paese, sostenere l’innovazione del sistema produttivo, e investire in due settori chiave per l’Italia, turismo e cultura». Le linee di intervento relative alla cultura sono inserite nella terza componente della prima missione, dedicata principalmente al concetto di cultura come patrimonio culturale al servizio dell’industria del turismo.

Nel discorso alla Camera per la presentazione del Pnrr, il premier Mario Draghi ha detto che la cultura e il turismo sono «due settori chiave per l’Italia, anche per il loro significato identitario», con la prima linea di azione che riguarda interventi «di valorizzazione di siti storici e culturali, volti a migliorare la capacità attrattiva, la sicurezza e l’accessibilità dei luoghi».

Anche se le industrie del turismo e della cultura sono due tra i settori più colpiti dalla pandemia, gli interventi del Recovery Plan non si rivolgono direttamente e in maniera significativa al rilancio dell’industria culturale. Per lo più – per non dire esclusivamente – si tratta di programmi di spesa e investimenti che hanno lo scopo di valorizzazione il patrimonio culturale, con l’obiettivo di offrire un valore aggiunto alle strutture turistico-ricettive.

La somma stanziata è di 6,67 miliardi, con cui si mira ad aumentare l’attrattività del sistema turistico e culturale del Paese «attraverso la modernizzazione delle infrastrutture, materiali e immateriali». Gli investimenti previsti per la Cultura ammontano a 4,27 miliardi, mentre i restanti 1,46 miliardi sono finalizzati al «Piano strategico Grandi attrattori culturali», ovvero il finanziamento di 14 grandi progetti di tutela, valorizzazione e promozione culturale che vanno da Trieste a Palermo.

Tre le misure principali

La prima misura si presenta come un investimento sul patrimonio culturale per la prossima generazione, con 1,1 miliardi così ripartiti: 500 milioni per incrementare «le piattaforme e le strategie digitali per l’accesso al patrimonio culturale»; 300 milioni per «migliorare l’efficienza energetica di cinema, teatri e musei»; 300 milioni per la «rimozione di barriere architettoniche in musei, biblioteche e archivi e investimenti per l’accessibilità». Più che altro si tratta di un piano di spesa per le ristrutturazioni in ottica green, l’ammodernamento in chiave digitale di strutture e servizi e un doveroso intervento di rimozione delle barriere architettoniche in musei, luoghi di cultura, biblioteche.

La seconda misura ha la stessa impostazione, ma si rivolge alla «rigenerazione di piccoli siti culturali, patrimonio culturale religioso e rurale», con un budget più generoso, 2,7 milardi così ripartiti: 1,02 per un «per migliorare l’attratività dei borghi» definiti come un grande patrimonio di storia, arte, cultura e tradizioni dall’enorme «valore paesaggistico-culturale e dal grande potenziale di crescita economica»; 600 milioni per «valorizzare le l’architetture e i paesaggi rurali» e 300 milioni per «parchi e giardini storici».

Nella seconda misura trova spazio anche un investimento di 800 milioni per gli interventi di prevenzione antisismica per chiese, campanili e torri. Inoltre, c’è un progetto per la creazione di cinque depositi temporanei per la protezione dei beni culturali in caso di calamità naturali, riconvertendo centrali nucleari dismesse ed ex strutture militari. Anche in questo caso si tratta per lo più di ristrutturazioni, con interventi che hanno il fine di rendere più fruibili le aree interne del Paese, territori che potenzialmente hanno un alto valore turistico. Tutto ciò ha però ben poco a che fare con la cultura in senso stretto e con l’industria culturale fatta, di artisti e studiosi.

La terza misura, l’unica che si rivolge all’industria culturale

Nella terza misura i progetti si rivolgono all’industria culturale e creativa. Il bilancio è di 455 milioni, di cui 300 destinati agli studi di Cinecittà per potenziarne l’offerta per attrarre un numero maggiore di produzioni cinematografiche nazionali e internazionali. L’investimento prevede anche il rilancio delle attività formative del Centro sperimentale di cinematografia e della Cineteca nazionale, ma per lo più si tratta delle solite ristrutturazioni green e digitalizzazione. Gli altri 155 milioni sono destinati a «favorire la ripresa dei settori culturali e creativi promuovendo la domanda e la partecipazione culturale».

A parte la Francia, nei Recovery Plan manca un vero investimento sulla cultura

Nel Pnrr manca un vero investimento nella Cultura in senso stretto, sembra tutto rivolto a rendere il patrimonio culturale più splendente in virtù della sua funzione di valore aggiunto per l’industria del turismo. La somma stanziata non è eccezionale, ma soprattutto non interviene granché nel rilancio del settore dell’industria e delle attività culturali (e creative) come attività di partecipazione e inclusione sociale. In generale però, anche nei Recovery Plan degli altri Paesi non ci sono grandi stanziamenti.

Il modello più impegnato è quello francese. In “France Relance” sono stanziati un totale circa 7 miliardi di euro, ma le risorse provenienti dal Recovery Fund sono solo 2 miliardi. Parigi ha combinato fondi nazionali con fondi europei. Ma il dato più importante è che la maggior parte delle risorse sono destinate all’industria culturale e alla promozione sociale delle attività culturali. Dei due miliardi presi dal Ngeu, solo 614 milioni sono destinati alle ristrutturazioni del patrimonio culturale-artistico, il resto è destinato alle industrie culturali e creative, e ai relativi istituti di istruzione.

La Spagna con il suo Espana Puede ha un approccio simile, ma con poco più di 1 miliardo. La particolarità spagnola è che l’investimento nelle attività culturali sta insieme all’investimento in attività sportive. Il Portogallo ha stanziato 243 milioni, ma destinati per lo più al patrimonio culturale come nel caso italiano, grosso modo la stessa cosa che ha fatto la Grecia. Non è un’anomalia grave, l’industria e le attività culturali non sono al centro dei Recovery Plan.

L’Unione europea sta promuovendo il settore attraverso i programmi del nuovo Bilancio pluriennale del periodo 2021-2027, dove l’investimento nel comparto culturale e creativo viene riconosciuto come uno strumento per affrontare la crisi economica e sociale. Questo significa che per i governi sarà possibile agire all’interno di altri programmi comunitari, l’obiettivo dell’Ue è mettere a disposizione il massimo delle risorse possibili per sostenere un settore in difficoltà.

Per accedere al Recovery Fund invece bisogna presentare progetti con una solida prospettiva di risultati in termini di crescita economica, e questo con gli investimenti in Cultura può diventare molto difficile. Tuttavia, grazie a queste risorse, nei prossimi sei anni i governi avranno la possibilità di  allocare risorse da budget nazionale. La Francia, forte di un know-how consolidato a riguardo, ha già deciso come farlo. L’Italia deve fare di più. Una volta avuto accesso alle risorse del Recovery Fund, il governo potrà decidere di liberare risorse nazionali e spenderle in maniera meno vincolante. Se saranno destinate alla promozione delle attività culturali, è tutto da scoprire.