Su cosa litigano Beppe Grillo e Giuseppe Conte? Oggi è attesa la conferenza stampa convocata per le 17,30 dall’ex premier che potrebbe ufficializzare il suo addio al MoVimento 5 Stelle. Mentre i big come Luigi Di Maio si dicono ufficialmente ottimisti – «Lavoriamo per l’unità usando testa e cuore. Come sempre troveremo una soluzione», ha affermato il ministro degli Esteri -, i motivi di conflitto che fanno temere la rottura appaiono numerosi. Sul tavolo ci sono la questione di chi rappresenterà il M5S nel mondo, incarico a cui nessuno dei due vorrebbe rinunciare, e il ruolo di Rocco Casalino, che l’ex premier vorrebbe ancora come responsabile della comunicazione e Grillo vorrebbe far fuori.

Ma al di là delle nomine, i punti di contrasto restano essenzialmente due. Il primo è costituito dai poteri del Garante, che oggi sono normati dall’articolo 8 dello Statuto attualmente in vigore. Conte vorrebbe cambiarlo ma Grillo non ci sta. Il secondo è la regola dei due mandati e a casa, che è invece presente nel Codice Etico del M5s. E qui le parti sono ribaltate: Conte vorrebbe superarlo e con lui sono tutti i “big” grillini (che altrimenti dovrebbero in gran parte concludere qui la loro esperienza di governo). Mentre qui è Beppe che tiene il punto e non ammette eccezioni, forte della massima dell’altro fondatore Gianroberto Casaleggio: «Ogni volta che deroghi a una regola praticamente la cancelli».

Il Garante vita natural durante: l’articolo 8 dello Statuto del M5s

Le cronache di questi giorni non hanno specificato quali modifiche abbia proposto Conte a Grillo: si sa solo che gli avvocati del Fondatore gli hanno consigliato di non firmare nulla. E così lui finora ha fatto. Ma basta dare un’occhiata al testo dell’articolo 8 per capire cosa non piaccia a Conte. Il primo comma infatti sancisce il dogma dell’infallibilità di Beppe Grillo:

a) Il Garante è il custode dei valori fondamentali dell’azione politica dell’Associazione. In tale spirito esercita con imparzialità, indipendenza ed autorevolezza le prerogative riconosciute dallo Statuto. In tale veste, oltre ai poteri previsti nel presente Statuto, al Garante è attribuito il potere di interpretazione autentica, non sindacabile, delle norme del presente Statuto.

Nello Statuto la parola di Beppe è infatti inappellabile e non esistono altri organi interni all’associazione a cui rivolgersi dopo la decisione del Garante. Nel secondo comma invece si spiega che il Garante viene eletto “mediante consultazione in rete all’interno di una rosa di candidati non inferiore a tre”. Ma c’è un problema. Ovvero che l’attuale Garante (ovvero: Beppe Grillo) non è stato eletto dopo una consultazione e, soprattutto, che resterà in carica “a tempo indeterminato”, come spiega il terzo comma:

c) Il Garante resta in carica a tempo indeterminato e può essere revocato, in ogni tempo, su proposta deliberata dal Comitato di Garanzia a maggioranza assoluta dei propri componenti e ratificata da una consultazione in Rete degli iscritti, purché prenda parte alla votazione la maggioranza assoluta degli iscritti.

E c’è di più. Perché è vero che è possibile revocare il Garante, ma affinché la consultazione tra gli iscritti sia valida è necessario che si presenti a votare la metà più uno degli iscritti.

Perché il nuovo Statuto del M5s 2.0 fa litigare Conte e Grillo

Quanti erano gli iscritti a Rousseau, ovvero la piattaforma di Davide Casaleggio nel frattempo sconfessata dai big grillini? Il 9 febbraio erano 188 mila (ma gli aventi diritto al voto erano poco meno di 120 mila). E a presentarsi a votare nel round più importante di questi ultimi anni, ovvero il sì o il no al governo Draghi, sono stati “appena” 74.537. Ovvero meno della metà della “maggioranza assoluta” degli iscritti, come recita l’attuale Statuto. Non solo: il terzo comma stabilisce anche che se non si raggiunge il quorum sarà il Comitato di Garanzia a doversi dimettere, e con effetto immediato. Il che rappresenta un bel deterrente nei confronti di chi volesse sfiduciare Grillo. Il quale, al momento, è a ben vedere un Garante vita natural durante, ovvero può mantenere la sua carica finché lo vorrà. Messa così, si capisce bene perché Conte abbia paura di finire stritolato dai poteri del fondatore e che abbia chiesto a Beppe un freno che l’altro non vuole concedergli, forte anche del fatto che il simbolo del M5s appartiene alla “sua” associazione e non ai grillini.

Il problema dei due mandati e a casa

Poi c’è il problema dei “due mandati e a casa”. Open ha già contato ben 83 grillini che rischiano di dover chiudere con il M5s se la regola venisse confermata. Tra questi, oltre a Luigi Di Maio, ci sarebbero Roberto Fico, Paola Taverna, Alfonso Bonafede, Vito Crimi, Nicola Morra, Danilo Toninelli, Laura Castelli, Riccardo Fraccaro, Barbara Lezzi. Ovvero praticamente tutti gli eletti del 2013 che sono stati riconfermati e che nel frattempo hanno ricoperto o ricoprono cariche nel governo e nelle istituzioni. E qui la questione si fa più sottile e squisitamente politica. Pur non essendosi ufficialmente ancora schierato, Conte infatti ha fatto capire in più occasioni che lui vorrebbe superare la regola dei due mandati. Mentre Beppe vorrebbe invece riconfermarla. “Liberandosi” così più o meno di tutta la vecchia guardia. Ma dando il là a un vuoto di potere che non potrebbe che ripercuotersi sui risultati delle prossime elezioni. Dei quali però sarebbe responsabile l’ex premier e non Beppe. Per questo Conte potrebbe rischiare la testa il giorno dopo la chiusura delle urne. Trovandosi costretto a salutare la guida del M5s come ha fatto Di Maio dopo le sconfitte di questi anni. Mentre Beppe rimarrebbe nel suo ruolo come garante. Ovvero come padrone del M5s. Vita natural durante. O almeno fino a quando non si sarà stancato del giocattolo.