«Non riesco a smettere di tremare. Le mie foto sono state date in pasto a 100 mila uomini che hanno visto in me un oggetto sessuale immeritevole di rispetto per il solo fatto di essere una donna. Mi sono sentita un oggetto, una figurina. Queste persone non mi vedono come una persona ma come un pezzo di carne». A parlare a Open è C. (la chiameremo così nel rispetto della sua privacy, ndr), 18 anni, una ragazza che frequenta il quinto anno delle superiori e che è diventata vittima di «pornografia non consensuale». Le sue foto, infatti, sono finite, senza che lei lo sapesse, in un gruppo Telegram dove vengono condivise altre immagini di ragazze con frasi sessualmente esplicite, anche piuttosto volgari. In quel gruppo un uomo, che ha un nome e un cognome, ha pubblicato le foto della ragazza rubandole dal suo profilo Twitter e corredandole di frasi sessiste.

«Scambio video minorenni»

La cosa che fa più rabbrividire sono, oltre ai commenti degli utenti, anche alcuni messaggi come «Scambio video minorenni». Segno che in quel gruppo potrebbero esserci anche dei pedofili e che i reati che potrebbero commettere sono gravissimi. C’è davvero di tutto: un canale dell’orrore.

Non è un caso isolato

E, purtroppo, C. non è l’unica. Qualche ora prima a denunciare su Twitter un fatto simile, tra l’altro perpetrato probabilmente dallo stesso utente, è un’altra ragazza. La modalità è la stessa, gli insulti pure. Intanto la ricaduta psicologica sulla giovane C. è devastante: «Mi viene da piangere, sono a pezzi, l’ansia non mi sta lasciando in pace un attimo. Vedere ogni volta cosa ci hanno scritto è devastante. Vedere le foto di altre ragazze, tutto quel revenge porn, mi fa venire la nausea. È disgustoso, sono dei mostri. Il nostro corpo viene usato come merce di scambio senza considerare poi le minacce, i nomi e gli indirizzi. Ho il voltastomaco», scrive.

«Te la sei cercata, incoraggi la cultura dello stupro»

Ora la studentessa non riesce più a dormire la notte. È ansiosa, pensa sempre a quello che le è accaduto. Non credeva che una cosa del genere potesse capitare proprio a lei. E ad aggravare la situazione sono anche le critiche ricevute sui social: «Non fare la vittima perché molto del tuo modo di fare attira malati di mente», le hanno scritto. Come se pubblicare una foto nel proprio profilo significa meritarsi una simile violenza o autorizzare qualcuno a pubblicare immagini, in gruppi privati, senza alcun consenso.

«Se poi controlli i tuoi follower capirai su quale “palcoscenico” operi», le scrive un altro utente. E ancora: «Mi sono rotta di sentire generalizzare che tutte le donne sono tr**e per colpa di gente come questa ragazza che si fa queste foto zozze e poi le pubblica. La cultura dello stupro la propagandate voi». Il commento di C. è pieno di tristezza: «Questi commenti mi fanno stare male, come se volessero dire che la sbagliata sono io e che me la sono andata a cercare. Assurdo».

I gruppi su Telegram chiusi e riaperti subito dopo

Ora la giovane – che denuncerà il fatto alle autorità – vuole ottenere giustizia sperando che« chi ha sbagliato paghi». Una volta per tutte. Perché quei gruppi non possono essere derubricati a goliardia. In quei gruppi si commettono reati gravissimi e si rischia di rovinare la vita delle persone: «Questa è violenza psicologica. Non ci sono dubbi. Queste cose mi fanno schifo, sento un profondo senso di rabbia», ci confida. Uno di questi gruppi nelle scorse ore è stato chiuso ma è chiaro che, nel giro di pochi minuti, ne siano stati creati tanti altri. Funziona così, come vi mostriamo.

Il fenomeno (preoccupante) della «pornografia non consensuale»

Purtroppo la «pornografia non consensuale» è un fenomeno molto diffuso nel nostro Paese. Sono 89 i gruppi e i canali italiani attivi su Telegram dove il più seguito può contare su oltre 997mila utenti unici scritti. Il totale degli iscritti supera i 6 milioni di account non unici, come riporta un articolo di David Puente su Open.

In quei gruppi c’è di tutto: dalle immagini che dovrebbero rimanere private a quelle rubate da telecamere nascoste. Ci sono anche, come nel caso di S., foto di ragazze prese dalla rete, a loro insaputa. Gli utenti fanno a gara a chi ne pubblica di più, a chi è il miglior “fornitore”. In alcuni casi specificano nome, cognome, numeri di telefono, mail e profili social delle vittime. La vergogna è servita.