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lunedì, Marzo 1, 2021
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Mario Brunello: «Il concerto senza pubblico è imbarazzante, non siamo riusciti a inventare modelli nuovi»

Il violoncellista racconta i suoi concerti in alta quota e la ricerca del silenzio

Qual è stato il punto più alto dove ha suonato?
«Sull’Himalaya, a più di cinquemila metri d’altezza. Assieme al mio amico Fausto De Stefani, lo scalatore, violoncello in spalla abbiamo raggiunto uno di quei templi che si trovano sulle alture prossime all’Everest e ho suonato davanti al sacerdote».

E in Italia?
«In tanti posti. Però ricordo ancora quella volta in cui, sulle Torri del Vajolet , nel gruppo dolomitico del Catinaccio, feci un concerto in quota e poi, alla fine, mi si avvicinò una donna, sorretta dal figlio. Quella donna aveva perso la vista e mi disse che era venuta lì da Bergamo per ascoltare quella musica, in quel paesaggio. Per me è uno straordinario esempio di ascolto: lei non venne per vedere quel paesaggio mozzafiato, ma per ascoltare la musica nata da quello scenario naturale».

Mario Brunello, sessant’anni, il più famoso violoncellista italiano, raffinato interprete di Bach. Vive nella sua Castelfranco Veneto ma gira il mondo, con il suo Maggini del Seicento in spalla, cercando alture e distese lontanissime dove far risplendere la musica. Si è inerpicato sul Monte Fuji in Giappone, ha esplorato il deserto nordafricano, ha camminato a lungo per sentieri difficili, fino a raggiungere il luogo esatto dove dare corpo a quello che chiama «il mio suono».

Com’è il suo suono?
«È quello che nasce dal mio violoncello nel posto perfetto, dove non c’è acustica né l’aiuto sonoro che c’è nelle sale da concerto. È suono purissimo, che si unisce a quello del vento, del silenzio, a volte degli animali. E nient’altro. Ho passato la vita a cercare il suono puro, sia nei luoghi all’aperto che negli strumenti».

Lei suona un violoncello antico, appartenuto a Benedetto Mazzacurati, grande compositore ottocentesco.
«E finora non ho trovato un altro strumento in grado di eguagliarlo. Ma, curiosamente, due tra gli strumenti che più mi hanno impressionato negli anni sono strumenti a fiato».

Quali?
«Un duduk armeno, in legno di albicocco e due corni africani che sentii quando si aprì il Giubileo del Duemila. Penso che quello sia stato il suono ascoltato da Pitagora quando parla di musica delle sfere, o giù di lì».

Lei sceglie posti molto difficili da raggiungere per tenere concerti in una dimensione molto diversa da quella tradizionale. Possiamo dire che il corpo diventa per lei uno strumento, al pari del suo Maggini?
«Sì, perché solo così si arriva a piccoli miracoli naturali come quello che ci regalarono una volta le Dolomiti, a me e a Erri De Luca».

Racconti.
«Eravamo nel rifugio Alimonta, sulle Dolomiti di Brenta, 2.580 metri di altitudine. Io suonavo, Erri leggeva un ricordo della sua prima arrampicata. Ci crede che il sole, come una clessidra programmata, cominciò a svelare le montagne e a illuminarci a poco a poco seguendo le nostre due esibizioni come una coreografia e terminando il suo percorso nel momento esatto in cui anche noi avevamo finito?»

Una coreografia naturale.
«Bisogna saper ascoltare il tempo, la natura, le stagioni. Io divenni primo violoncello alla Scala che avevo appena 23 anni. Per un ragazzo era come toccare il cielo, ma io me ne volevo andare da Milano e sa perché? Perché non riuscivo a vedere l’avvicendarsi delle stagioni. La primavera, l’autunno: mi sfuggivano di mano e mi accorgevo che il mio calendario era quello delle esibizioni, quello del lavoro».

In che modo la natura è in grado di modificare la sua musica?
«Nella forma. Non è una questione di paesaggi belli o brutti, non è una questione di estetica. Come la donna non vedente che era venuta fin lì, facendo un percorso difficilissimo, per ascoltare la musica nata in uno scenario che non poteva vedere, io penso che il luogo dove si fa arte sia essenziale. Una questione atmosferica, sensoriale, psicologica. La musica è diversa se eseguita in alta quota o nel deserto».

Papà preside, mamma impiegata, entrambi appassionati di musica ma nella Castelfranco di sessant’anni fa non c’erano molte possibilità per un musicista in embrione.
«No e infatti non ero un bambino prodigio, anzi, la musica mi era utile quando non avevo voglia di studiare le altre materie, la scusa era sempre “eh, ma devo suonare”. Però avevo un maestro bravo che per farmi amare Bach mi trascriveva le suites per violoncello in partiture per chitarra. Ho imparato a suonare Bach con la chitarra».

Nel 1986 ha vinto il primo premio al Concorso internazionale Čajkovskij di Mosca.
«Pensi che non avevo i soldi per il biglietto e allora riuscii a infilarmi su un volo molto economico che era riservato a un gruppo di persone non vedenti che andava a Mosca a farsi operare. Prima di partire mi accorsi di non avere il passaporto. Riuscii a recuperarlo in auto poco prima che l’aereo decollasse. Quel concorso mi ha aperto le porte del mondo internazionale della musica ma ci sono arrivato per un soffio».

Lei dice che Bach è al centro della civiltà musicale, che cosa intende?
«Che è quello più vicino ad una idea di natura. La sua asimmetria è lo straordinario prodotto di un’epoca che cercava una codifica musicale, un alfabeto. Ha influenzato tutti quelli che sono venuti dopo».

Ad un certo punto la musica, nel secolo scorso, ha quasi rischiato l’estinzione, con la sottrazione musicale come forma di avanguardia.
«Quei musicisti secondo me non hanno avuto l’umiltà di spiegare i nuovi codici ad un pubblico che per forza di cose non era pronto ad un nuovo linguaggio. La presunzione di farsi capire solo attraverso il pentagramma è stata fatale, tanto è vero che in seguito sono hanno avuto successo i compositori “della cortina di ferro” che avevano vissuto un’oppressione anche politica ma che attingevano al passato senza timore di sembrare tradizionalisti. Come Arvo Pärt. E la loro musica piace ancora oggi perché ha un suono limpido, pulito, coraggioso ma non estremo. Chissà se tra una ventina d’anni diremo le stesse cose di Boulez».

John Cage ha codificato il silenzio.
«Come ascolto. Importantissimo. Quella, secondo me, è avanguardia: è fare un passo avanti e peraltro con le giuste spiegazioni, con un apparato teorico molto forte e convincente. Alla ricerca del silenzio dedico molti giorni della mia vita».

Mi racconti un silenzio speciale che ha incontrato.
«Nel deserto. A differenza della montagna, che spinge alla salita, nel deserto il silenzio è orizzontale, non ha confini, puoi quasi vedere le note e girarci intorno».

Perché oggi viviamo un mondo in cui il silenzio insospettisce?
«Il silenzio, se ci pensiamo, è visto come una punizione. In classe si intima “Fate silenzio”, oppure si dice “Stai zitto” per offendere qualcuno. In verità il silenzio è ascolto ed è una parte importantissima della nostra vita. Le pause, in musica, sono mal sopportate e invece io le cerco, le inseguo, le voglio vivere».

Pensa che la tecnologia migliori, educhi anche il nostro ascolto della cosiddetta «musica classica» o no?
«Guardi, questa è musica che richiede prima di tutto tempo. Non si può ascoltare mentre si fa altro. È un messaggio che arriva solo a te e che ha bisogno di una liturgia lenta, mai frettolosa. La domanda è: abbiamo o no il tempo per la musica? Se la risposta è no, non c’è tecnologia che tenga. Anche se io penso che i giovanissimi non abbiano mai ascoltato tanta musica come in questo momento storico».

Musica in streaming. Una necessità, adesso, ma probabilmente deve diventare il punto di partenza per un nuovo modo di produrre l’arte, non crede?
«Guardi il calcio: sono stati molto bravi a organizzare le partite senza il pubblico. Non dico che sia la stessa cosa guardarle alla tv oggi e ieri, però dai, con soluzioni tecnologiche innovative, con le inquadrature giuste, con regie accorte ce l’hanno fatta. La musica no. Ho visto alcuni concerti in streaming che erano imbarazzanti, con quello spaesamento finale quando non arriva l’applauso, con un inchino senza senso perché rivolto al nulla. Diciamo la verità: il concerto è un apparato ottocentesco che non è mai cambiato e forse, per come è concepito, non deve nemmeno cambiare. Quello che auspico è che le nuove generazioni trovino il modo di inventare qualcosa di nuovo, qualcosa che metta assieme la natura del concerto e una fruizione diversa. Non lo farò io, ma i giovani sì».

(fonte:corriere.it)

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