Calano tutti i numeri sulla pandemia di Coronavirus in Italia, ma ricoveri e terapie intensive restano sopra la soglia d’allerta rispettivamente in 5 e 6 regioni. È questa l’analisi sull’andamento dell’epidemia in Italia che arriva dalla fondazione Gimbe. In particolare, i nuovi casi sono scesi da 97.335 a 85.358. Calano anche i ricoverati con sintomi che passano da 22.699 a 21.355 (-5,9%) e le terapie intensive occupate da pazienti Covid sono 2.372 rispetto a 2.487 (-4,6%). In lieve calo anche i dei decessi, 3.265 a fronte dei 3.338 (-2,2%), si osserva nell’ultimo report settimanale che lancia un allarme forte e chiaro sui vaccini: l’Italia rischia di avere solo il 14% della popolazione vaccinata entro fine aprile. Mentre fa rumore il dato sul personale non sanitario che ha ricevuto le dosi disponibili in Lombardia, oltre il 50%.

«Tutte le curve – spiega il presidente della Fondazione, Nino Cartabellotta, – continuano questa settimana la loro lenta discesa, ancora grazie agli effetti del Decreto Natale, destinati tuttavia ad esaurirsi a breve». L’incremento percentuale dei casi si riduce in quasi tutte le Regioni (tabella). Tuttavia, negli ospedali, l’occupazione da parte di pazienti Covid continua a superare in 5 Regioni la soglia del 40% in area medica e in 6 Regioni quella del 30% delle terapie intensive.

Oltre 270 mila persone hanno completato l’intero ciclo di vaccinazione

Sul fronte vaccini, al 27 gennaio sono 270.269 le persone ad aver completato l’intero ciclo di vaccinazione con anche la seconda dose, un dato pari allo 0.45% della popolazione. Ma con marcate differenze regionali: si va infatti dallo 0,16% della Calabria allo 0,70% del Lazio. Inoltre, ben 350.548 dosi, pari a oltre il 23%, sono state somministrate a personale non sanitario. Come previsto dal piano vaccinale, sono tre le categorie che hanno la priorità: operatori sanitari e sociosanitari (a cui sono andate finora il 67,1% dosi), personale ed ospiti delle Rsa (finora 9,7% dosi) e persone over 80 anni (0,9% dosi).

Il caso Lombardia

Tra le categorie che hanno ricevuto «quasi un quarto delle dosi finora somministrate» c’è il personale non sanitario. Una distribuzione che, anche in questo caso, fa notare Gimbe, è avvenuta con enormi differenze regionali. La Lombardia è la Regione che con il 51% ha vaccinato più personale non sanitario in Italia, seguita dalla Liguria (39%) e dalla Provincia Autonoma di Bolzano (34%). Un dato, soprattutto a livello nazionale, che fa sorgere nuovi dubbi sulla reale disponibilità delle dosi.

«Se da un lato una parte del personale non sanitario risulta essenziale per il funzionamento di ospedali ed altre strutture sanitarie – chiarisce Cartabellotta – dall’altro i numeri riportati dal piano vaccinale per operatori sanitari e socio sanitari (1.404.037) corrispondono a tutti gli iscritti agli albi professionali, più gli operatori socio-sanitari: questo evidenzia una discrepanza tra numeri previsti dal Piano e le diverse policy vaccinali attuate dalle Regioni». In altre parole, se la categoria «operatori sanitari e socio sanitari» deve includere tutto il personale che lavora negli ospedali a qualsiasi titolo – dato richiesto alle Regioni dal Commissario Arcuri lo scorso 17 novembre – le dosi previste dal Piano vaccinale non sono sufficienti perché rimangono esclusi tutti i professionisti sanitari che non lavorano presso strutture pubbliche.

I ritardi

Guardando poi al futuro, e al netto dei ritardi delle ultime settimane, entro il 31 marzo 2021 il nostro Paese dovrebbe disporre di 16,5 milioni di dosi, di cui 8,7 milioni da Pfizer-BioNTech e 1,3 milioni da Moderna e 6,4 milioni da AstraZeneca. «Con queste disponibilità – puntualizza Cartabellotta – solo il 14% della popolazione (circa 8,278 milioni di persone) potrà completare le due dosi del ciclo vaccinale, ma non prima della metà o addirittura della fine di aprile».