C’è un po’ di confusione attorno alla parola schizofrenia. Schizofrenico nell’immaginario comune è qualcuno che ha personalità multiple, quello che nei termini corretti è in realtà chiamato disturbo dissociativo di identità. Quello di cui soffre il personaggio, per esempio, di James McAvoy in Split, o il personaggio di Edward Norton in Schegge di paura. Chi soffre di schizofrenia invece vede e sente cose che non sono vere: si tratta di allucinazioni visive e uditive estremamente reali, a volte spaventose, a volte neutre o positive, ma che vanno a sovrapporsi alla realtà, talvolta confondendosi con essa.

Le tre allucinazioni di Adam

La nuvola di misinformazione attorno alle malattie mentali è anche data dalla rappresentazione che ne viene data nei media. Nella comunità DDI (disturbo dissociativo di identità) Split è stato accolto amaramente, perché, per l’ennesima volta, mostra la malattia mentale come una forza sovrannaturale assassina e bestiale, e chi ne soffre dei pericolosi e incontrollabili carnefici, quando la stessa malattia è il risultato di eventi traumatici che portano il cervello a spezzettarsi in più personalità. Questo tipo di malattie mentali viene nei film viene spesso correlato al genere horror. Quindi è una boccata d’aria fresca che una malattia così potenzialmente orrorifica dal punto di vista visivo come la schizofrenia venga in questo caso associata a un drammatico ma delicato racconto di formazione.

Quello che tu non vedi (Words on bathroom walls in originale) infatti segue l’adolescente Adam (Charlie Plummer), che vede la ambizione di diventare chef inesorabilmente sgretolarsi quando ha il suo primo crollo psicotico a scuola. Scopre poi che quello che gli è successo è un effetto della schizofrenia. Adam ha necessità di diplomarsi per accedere alla scuola di arte culinaria, per cui comincia a prendere un farmaco sperimentale e va in una scuola privata dove nessuno sa della sua malattia. Lì incontra Maya (Taylor Russell) e pian piano la vita sembra sorridergli. Ma non potrà ignorare a lungo la sua malattia.

Words on bathroom walls è un romanzo di Julie Walton del 2018. Il titolo è molto più evocativo della resa italiana: le scritte nei muri del bagno sono una cosa normalissima nelle scuole. Sono una cosa normalissima anche nel bagno della scuola dove va Adam, e dove incontra Maya per la prima volta. Ma quelle che vede lui non sono reali. Il titolo evoca il tema di fondo del film, e anche la sua intenzione. Normalizzare qualcosa di sconosciuto o anche misconosciuto, come questa specifica malattia mentale. E ci riesce grazie a varie idee. Innanzitutto adotta la narrazione in prima persona di Adam, che parla in macchina a una non identificata psichiatra: in questo modo noi siamo con lui, spesso siamo nella sua mente e nei suoi pensieri, che comprendono tutto, le sue allucinazioni, ma anche i suoi sentimenti e le sue ambizioni e le sue paranoie. Adam è un sedicenne normalissimo, che vuole studiare, innamorarsi e avere un futuro. La moralina finale del film, che viene ripetuta più volte nel corso della narrazione, è che lui non è la sua malattia, ma lui ha una malattia.

La distribuzione ha però puntato su un altro aspetto, nei trailer e nella pubblicità, spacciandolo più per un film sentimentale. E da un certo punto di vista, la storia d’amore con Maya è una storyline importante, ma più a livello di tecnica narrativa che di vera utilità tematica. Il fulcro infatti resta sempre Adam. Maya e la sua storyline riempiono molti buchi che sennò sarebbero rimasti vuoti e pieni di clichè, probabilmente. Avere un altro personaggio, che come Adam, nasconde un segreto e delle enormi difficoltà, diventa una bella idea per controbilanciare il racconto monografico sull’unico protagonista, che così, inoltre, impara a non piangersi addosso e a combattere per il suo futuro.

Adam inoltre è interpretato splendidamente dal giovane Charlie Plummer, che non è imparentato con Christopher Plummer, venuto a mancare questo gennaio, e con cui ha lavorato insieme in Tutti i soldi del mondo. Charlie Plummer, con la sua recitazione dimessa ma non stereotipata, regge il film, che comunque si distingue da altri teen per la solidità della sceneggiatura. Il film riesce a emozionare concretamente e ad avere anche qualche momento di sgrassante ironia.

Il regista è Thor Freudenthal, famoso per aver diretto il secondo film della saga di Percy Jackson, ed è specializzato in film per ragazzi. Nel cast anche Andy Garcia (visto recentemente nell’ultimo film di Clint Eastwood The mule) nel ruolo del prete e Ana Sophia Robb (la Violetta della Fabbrica di Cioccolato) nel ruolo di Rebecca.