Dopo cinque anni dalla stesura della «Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee» – l’ormai famigerata «Cnapi» – e a meno di ripensamenti dell’ultima ora, il mistero sul luogo dove verrà edificato il Deposito nazionale delle scorie radioattive potrà iniziare ad essere svelato. Qualche giorno fa, secondo fonti sindacali, i ministeri dello Sviluppo economico e quello dell’Ambiente avrebbero finalmente dato il «nulla osta» alla pubblicazione della mappa, tenuta rigorosamente chiusa nei cassetti della Sogin per tutto questo tempo. La società che si occupa dello smantellamento delle vecchie centrali ha tenuto un consiglio straordinario il 31 dicembre, e quindi ogni momento sarebbe buono per renderla nota. Da allora dovrà iniziare il processo che nel giro di qualche anno porterà alla localizzazione del sito che in un primo momento dovrà contenere 78 mila metri cubi di rifiuti a bassa e media intensità e poi anche 17 mila metri cubi ad alta attività, questi ultimi per un massimo di 50 anni (per poi essere sistemati in un deposito geologico di profondità di cui al momento poco si sa). Spesa prevista? Secondo alcune stime circa 2,5 miliardi di euro.

Il potenziale «nimby»

Anche se la Carta dovesse essere pubblicata prossimamente, l’iter non si preannuncia facile, visto che bisognerà raccogliere il consenso delle comunità interessate e delle istituzioni locali, attraverso una consultazione pubblica di quattro mesi (e un «seminario nazionale»), una successiva rielaborazione di tre mesi che darà luogo alla «Carta nazionale delle aree idonee» e poi alla fase delle «manifestazioni di interesse» dei territori. Il tutto in un periodo di pandemia, con le immaginabili difficoltà che si aggiungeranno ad una procedura di per sé complessa. Ma dopo i rinvii «politici» per le Regionali del 2015, il referendum costituzionale del 2016, le elezioni del 2018, il cambio di governo con il Conte2, e dopo la procedura di infrazione aperta dalla Commissione europea a fine ottobre scorso, non si poteva più aspettare. Qualche settimana fa molti comitati e associazioni ambientaliste piemontesi (in particolare del vercellese e della Valsesia) avevano scritto ai ministri Stefano Patuanelli e Sergio Costa proprio per sollecitare la pubblicazione della Carta. Ora, con il nulla osta, è verosimile che la questione della localizzazione, e del potenziale “nimby” che comporta (“not in my backyard”, non nel mio giardino) possa creare un motivo ulteriore di dibattito in un momento delicato per il governo Conte.

Dove verrà collocato?

Se le preoccupazioni delle associazioni ambientaliste piemontesi sono del tutto comprensibili – visto che la Regione tra gli impianti di Saluggia, Trino, Bosco Marengo è la più «radioattiva» del Paese – il tema resta però nazionale. Dove verrà collocato il Deposito, e il Parco tecnologico annesso? Nel suo documento del 2014 l’Ispra aveva identificato almeno 28 tra criteri ed aree di esclusione, e in teoria incrociandoli tutte si potrebbe ottenere una mappa verosimile della zona che ospiterà le strutture. Criteri geologici a cui se ne aggiungono altri amministrativi. E altri ancora di convenienza e buon senso, come quello che escluderebbe ad esempio le isole, Sicilia e soprattutto Sardegna, considerato il problema del trasporto. Le prime aree da scartare sono quelle vulcaniche, e poi quelle sismiche o interessate a fenomeni di faglia; quelle soggette a frane e inondazioni, o in fasce fluviali o in depositi alluvionali preistorici; al di sopra di 700 metri di altitudine o con pendenze superiori al 10%. E ancora: sino alla distanza di 5 chilometri dalla costa, in zone carsiche o vicine a sorgenti o a Parchi nazionali o luoghi di interesse naturalistico; ad «adeguata distanza» dai centri abitati; ad almeno un chilometro da autostrade, strade statali o linee ferroviarie; lontano da attività industriali, dighe, aereoporti, poligoni militari, zone di sfruttamento minerario. E così via. Il risultato della somma di tutti questi criteri conduce a un notevole assottigliamento delle aree «idonee». Negli anni scorsi si era parlato di un’ottantina di aree papabili, molte delle quali peraltro situate proprio in Piemonte.

Come sarà il Deposito?

La superficie necessaria sarà tutto sommato modesta, e pari a 150 ettari, di cui 110 per il Deposito e 40 per il Parco tecnologico. Una volta riempito, il Deposito avrà tre barriere protettive, e sarà poi ricoperto da una collina artificiale, una quarta barriera, e da un manto erboso. Le barriere ingegneristiche dovranno garantire l’isolamento dei rifiuti radioattivi per più di 300 anni, ovvero fino al loro decadimento a livelli tali da non essere più nocivi per la salute dell’uomo e dell’ambiente. Si tratterà, appunto, di 78mila metri cubi di rifiuti radioattivi a bassa e media attività: 50mila dallo smantellamento degli impianti nucleari italiani (ancora quasi tutto da fare, si parla del 2036) e 28mila dalla ricerca, medicina nucleare e industria. Circa 33mila sono già stati prodotti, gli altri 50mila sono previsti per il futuro. Bisognerà poi trovare posto, (compresi nei 17mila metri cubi ad alta attività) a circa 400 metri cubi assai pericolosi, costituiti da combustibile non riprocessabile o da combustibili mandati in Francia e Gran Bretagna (a pagamento) per essere riprocessati, e che decadono in migliaia di anni. Resteranno nel Deposito per essere avviati a uno stoccaggio di profondità, anche se per ora non si sa dove, come e quando. Di certo c’è che, ad esempio, ad oggi a Trisaia in Basilicata alcuni contenitori che hanno 50 anni contengono una soluzione liquida di uranio arricchito, mentre a Saluggia, vicino a Vercelli e in riva alla Dora Baltea, giacciono 230 metri cubi di rifiuti liquidi ad alta attività sempre dentro a contenitori di 50 anni fa. Dopo l’alluvione del 2000 l’allora commissario Enea e premio Nobel Carlo Rubbia dichiarò che si era «sfiorata una catastrofe planetaria».