Dal caso Cambridge Analytica al blocco di Donald Trump da Facebook e Twitter, sono anni che parliamo dei social network nel bene e nel male arrivando oggi a porre dubbi e perplessità. In questi giorni il Garante della Privacy ha posto un ultimatum a TikTok in merito all’uso della piattaforma da parte dei minori, nel frattempo Telegram non collabora con le forze dell’ordine nella lotta contro la violenza sulle donne e la pedofilia.

Forse è giunto il momento di aprire un dibattito, serio e consapevole, per capire cosa vogliamo diventare da grandi al fine di garantire la libertà di espressione e le responsabilità di tutti i soggetti coinvolti. Per questo motivo ne parliamo con Ruben Razzante, docente di Diritto dell’informazione all’Università Cattolica di Milano e alla Lumsa di Roma, curatore del libro «La Rete che vorrei» scritto a più mani da addetti ai lavori, studiosi e rappresentanti italiani dei colossi del web, come Angelo Mazzetti di Facebook.

In questi giorni si parla molto del caso TikTok e il garante della Privacy, uno dei tanti episodi di incontro-scontro tra aziende private, i social, e le autorità nazionali. Che sia arrivato il momento di trovare un equilibrio tra le diverse realtà?

«Questi episodi, che sovente hanno risvolti tragici e traumatici, possono tuttavia contribuire a far maturare la consapevolezza dei rischi della Rete e della conseguente necessità di disciplinare in modo equilibrato i diritti e i doveri nello spazio virtuale, bilanciando libertà e responsabilità.»

A proposito di responsabilità, non tutti i social si comportano nella stessa maniera e in alcuni casi vengono contestati a seconda dei casi, pensiamo a quanto collaborano con la giustizia e come intervengono nei confronti di realtà politiche come Donald Trump.

«Bisogna chiarire attraverso delle normative sovranazionali il ruolo di queste piattaforme, se vogliono continuare ad essere trasmettitori asettici e semplici piattaforme di distribuzione o se devono intervenire a gamba tesa nell’esercizio della libertà di espressione censurando alcuni profili, anche di personaggi pubblici che hanno una legittimazione popolare. Questo va discusso.»

Per quanto riguarda i reati?

«È chiaro che ci sono dei reati e delle leggi nazionali, rispetto ai quali interviene l’autorità giudiziaria. Il problema non si pone con Facebook che, se allertata, provvede a rimuovere e collaborare. Qui, però, ci muoviamo sul crinale tra libertà di opinione e libertà di offendere, la libertà di ledere la dignità delle persone. I social hanno delle policy stringenti che se violo è giusto che il contenuto sia censurato, ma c’è una trasparenza tra queste policy? Le persone sanno cosa possono o non possono pubblicare?»

Condizioni e termini di servizio che le aziende pongono agli utenti anche per tutelare loro stesse.

«Qui si apre una finestra sull’autoregolamentazione e su come gli utenti possano essere approssimativi accettando le informative che comunicano in modo subdolo che utilizzeranno i nostri dati. Ci mettiamo del nostro, ma nell’ambito di un dibattito pubblico dove c’è un uomo importante, come Trump, è chiaro che diventa quantomeno lecita la domanda se un soggetto privato, che non ha una legittimazione democratica, possa arrogarsi il diritto di censurare delle opinioni. La penso come la Merkel sostenendo che non si possono affidare le nostre chiavi di libertà di espressione a un privato.»

Ci sono diversi pareri in merito al blocco di Donald Trump, così come per altre realtà, ma risulta chiaro che i social si sentano in qualche modo responsabili dei contenuti presenti al loro interno. Un senso di responsabilità che però non andrebbe demonizzato.

«Non bisogna demonizzare i social. Questi soggetti privati hanno consentito all’umanità di fare molti passi avanti, sono una ricchezza che va impiegata bene e va incanalata in un flusso virtuoso di concertazione con tutti gli altri soggetti in Rete. Non possono essere dei sovrani assoluti, non possono diventare più potenti degli Stati. Devono essere messe delle regole per lasciarli esercitare nella loro libertà di impresa, ma quando si tocca la libertà di espressione bisogna entrare nel campo giurisdizionale. Ci vuole un’attività super partes neutrale che possa vigilare e applicare le leggi sovranazionali, ma va chiarita la natura giuridica che non significa perseguitare i social o limitare la loro creatività.»

Nel tuo libro, “La Rete che vorrei”, troviamo un intero capitolo scritto da Angelo Mazzetti, responsabile per le Relazioni Istituzionali di Facebook per l’Italia, dove mette nero su bianco l’auspicio da parte del social di nuovi quadri formativi in merito alla gestione dei contenuti online.

«Ci vuole un modello giuridico sovranazionale dove possano interloquire con le istituzioni affinché la legge rispetti il loro modello di business. Non è colpa dei social questa situazione anarchica e nel libro do spazio anche a loro proprio per questo.»

Quale entità potrebbe occuparsene? L’Unione europea non basta se si vuole qualcosa a livello più internazionale.

«L’Ocse, ad esempio, che si era occupata molto della Web Tax. Questo tema potrebbe essere trattato in un G20 essendo un tema planetario dove si parla anche di economia.»

Quali colossi del web sarebbero intenzionati a dialogare? Facebook, Twitter e Google sembrano esserlo, Telegram di meno. Dobbiamo considerare che gli utenti potrebbero spostarsi verso social network non disposti ad accettare un accordo con le autorità.

«Il problema si risolve se fai a livello internazionale uno statuto giuridico dei social. Se tu chiarisci che cosa si intende per social, se stabilisci i profili giuridici, chi sta fuori non può esercitare. Manca uno statuto che configuro che cosa sono, che cosa fanno e cosa non possono fare, così come fare distinzione tra loro e gli editori.»

Twitter ha giustificato la sospensione di Trump interpretando i suoi messaggi come incoraggiamento alla violenza. Mettiamo caso che una frase venga interpretata in un modo in Italia e in un altro in Brasile, come possiamo pensare a una normativa sovranazionale sui contenuti interpretabili in maniera diversa in tutto il mondo?

«Potrebbe esserci un tavolo di lavoro permanente che si riunisca periodicamente per stabilire le policy, considerando le situazioni e le percezioni degli Stati. C’è una percezione diversa dell’istigazione all’odio, ad esempio, così come delle fake news. Una soluzione potrebbe essere quella proposta da Giovanni Pitruzzella, ossia una rete di authority che vigili sui social in base a una griglia di parametri uniformi. Se qualcuno scrive un contenuto fake che riguarda un cittadino irlandese l’autorità statale interpellerà quella italiana e si valuteranno le violazioni.»

Non stiamo parlando di un “ministero della verità”.

«Sia chiaro, sono contrario a un regolamento europeo sulle fake news, non bisogna farla nemmeno a seconda di come vanno le cose a livello politico. Una rete di Authority che non operi in modo dittatoriale, ma una vigilanza continuamente aggiornata con briefing continui dove condividere una griglia di valori da non sforare. Nessun ministero della verità, ma un coordinamento sovranazionale giuridico e deontologico per favorire un corretto uso dei social evitando che diventino veicoli di fake news. Su questo si può ragionare.»