Con le prime dosi di vaccino anti-Covid già iniettate a più di un milione di persone e ritardi di fornitura all’ordine del giorno, il dilemma ora da risolvere è se garantire il secondo richiamo a operatori sanitari e Rsa o se andare avanti con la somministrazione della prima dose ad altri italiani, in particolare gli ultra ottantenni. La scelta del Regno Unito in proposito è stata netta: garantire la prima somministrazione a più persone possibili, affidandosi all’efficacia di una dose soltanto e ritardando in modo significativo l’iniezione della seconda. Anche in Italia il dibattito è aperto e vede virologi ed epidemiologi importanti su fronti opposti. Con un piano sanitario nazionale messo a dura prova dai ritardi di Pfizer, la comunità scientifica continua a discutere su cosa è meglio fare.

«I dati scientifici dicono che la quantità giusta di anticorpi neutralizzanti anti Covid arriva dopo la seconda dose e che la prima iniezione garantisce una protezione del 52%»

afferma l’ex presidente dell’Agenzia italiana del farmaco Stefano Vella, sostenuto dall’infettivologo Massimo Galli:

«Per esser davvero protetti è necessaria una seconda dose».

Dall’altro lato il professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Mario Negri, che invece esorta a risolvere l’emergenza con l’accelerazione sulle prime dosi da somministrare, ritardando di conseguenza le seconde:

«L’intervallo di tempo fra la prima dose e il richiamo potrebbe essere prolungato senza che ci siano sostanziali differenze nell’efficacia. Una sola dose del vaccino Pfizer arriva all’80% di efficacia o anche di più»

Chi ha ragione?

Come è bene fare sempre in questi casi, lo studio clinico è la principale fonte da prendere in considerazione. Nonostante le posizioni siano opposte, il documento a cui il professor Remuzzi e, per esempio, il professor Galli fanno riferimento è lo stesso. Lo studio intitolato «Sicurezza ed efficacia del vaccino BNT162b2 mRNA Covid-19» pubblicato sul The New England Journal of Medicine spiega non solo l’efficacia complessiva del vaccino Pfizer, e cioè dopo la seconda dose, ma fornisce dettagli su quello che succede una volta ricevuta la prima iniezione.

Sulla base di quanto si legge nel documento e quindi di quanto sperimentato dal team di ricerca, affermare che la prima dose di Comirnaty (l’altro nome del vaccino Pfizer) garantisca un’efficacia dell’80% significa trasferire un’informazione quantomeno semplicistica. Secondo gli scienziati infatti il periodo che va dal giorno 0 (e quindi dall’iniezione eseguita) al giorno 21 ( indicato per la seconda dose) presenta un’efficacia complessiva pari al 52,4%, con un range di valori che vanno dal 29,5% al 68,4. Tale efficacia è di poco più alta della percentuale minima consentita dall’Organizzazione mondiale di Sanità per i vaccini, pari al 50%.

Perché scienziati come il professor Remuzzi, riferendosi all’efficacia della prima dose, parlano allora di «un 80% o anche di più»?

Il punto centrale per capire quello che può succedere tra una somministrazione e l’altra di vaccino Pfizer sono i primi 12 giorni. Come vediamo anche dal grafico, dal giorno 0 (della prima iniezione) al giorno 12, la linea dei volontari a cui è stato somministrato il vaccino (in rosso) e la linea dei volontari che hanno ricevuto il placebo (in azzurro), e cioè un liquido neutro (soluzione fisiologica), seguono una traiettoria simile.

Questo vuol dire che nei primi 12 giorni dall’iniezione della prima dose, i volontari con vaccino avranno le stesse possibilità dei volontari con placebo di contrarre l’infezione. Dal 12esimo giorno in poi, come sempre mostrato dal grafico, le due linee tendono a divergere: l’azzurra dei placebo continuerà a salire, con un aumento progressivo del numero di nuovi casi Covid; la rossa, quella dei volontari con il vaccino Pfizer, si arresta nella salita, registrando quindi un minor numero di nuovi malati e un certo grado di efficacia del siero, efficacia inesistente nei primi 12 giorni.

È nel momento in cui le due curve prendono diversa direzione che la percentuale di riferimento per l’efficacia può salire fino al 90%. Un valore ottenuto dalla differenza tra i casi Covid riscontrati nel gruppo placebo e quelli registrati nel gruppo del vaccino Pfizer nello stesso periodo di tempo (12-21giorni). Ricapitolando, dal giorno 12 al giorno 21 la capacità del siero di difendere l’organismo può superare quella assoluta (da 0 a 21 giorni, 52.4%). Quando il professor Remuzzi parla di una efficacia superiore all’80 per cento si riferisce perciò soltanto al periodo compreso fra il dodicesimo e il ventunesimo giorno dal momento in cui è stata somministrata la prima dose vaccinale. Ma che cosa accada in termini di protezione dal virus dopo il giorno 21 e in assenza della somministrazione della seconda dose di richiamo, è totalmente sconosciuto. Sta proprio qui il punto che fa sorgere più dubbi riguardo alla validità della strategia consigliata da Remuzzi. E cioè di procrastinare la somministrazione del richiamo per procedere a fornire la prima dose di vaccino a un numero maggiore di persone. Ma proviamo a capirne di più.

La scommessa

La percentuale di efficacia fino al 90% indicata da chi sostiene che ora il piano vaccinale possa andare avanti solo con la prima dose, compare nello studio clinico di Pfizer solo fino al giorno 21. Questo vuol dire che, almeno per ora, non esiste alcuna evidenza scientifica che possa confermare la validità di una protezione così alta anche oltre il 21esimo giorno. E’ questa la grande incognita di quello che potrebbe succedere ritardando l’iniezione della seconda dose. Nello stesso documento di Pfizer si legge:

Tale studio non è stato progettato per valutare l’efficacia di un regime a dose singola. Possiamo solo dire che nell’intervallo tra la prima e la seconda dose, l’efficacia osservata del vaccino contro il Covid-19 è stata del 52% e nei primi 7 giorni dopo la dose 2 è stata del 91%, raggiungendo la piena efficacia contro la malattia con esordio di almeno 7 giorni dopo la dose 2 .

Per intenderci, attuando la strategia del Regno Unito si andrebbe oltre quanto attualmente la scienza è in grado di dirci, scommettendo su una percentuale che si spera possa mantenersi anche dopo il tempo stabilito dalla sperimentazione. Quel «fino al 90%» predicato da Remuzzi resisterà oltre i 21 giorni senza seconda dose? O subirà una (pericolosa) flessione? E se resisterà, per quanto tempo la protezione sarà garantita?

Domande senza risposta certa che al momento tengono aperto il dibattito. L’Agenzia italiana del farmaco è ben ferma sulla sua posizione: rispettare rigorosamente l’indicazione data dal team di ricerca di Pfizer e assicurare il richiamo dopo 21 giorni. C’è tuttavia la voce dell’Organizzazione mondiale della sanità che apre uno spiraglio sui tempi. La condizione espressa dall’ente è quella di un completo stato di emergenza, riconosciuto in due specifici casi:

Solo con problemi di fornitura o in caso di situazione epidemiologica grave, i Paesi potranno allungare l’intervallo delle due somministrazioni fino a 42 giorni.

Ma nello stesso documento Strategic Advisory Group of Experts on Immunization l’Oms specifica poi che

non vi sono al momento dati certi per quanto riguarda l’efficacia a lungo termine per una singola dose di vaccino Pfizer.

La decisione di ritardare i tempi dunque, come ha affermato lo stesso Remuzzi e come conferma anche il professor Fabrizio Pregliasco a Open, si delinea come soluzione da prendere «in extrema ratio» e cioè in casi di grossa difficoltà nella gestione di consegne e forniture. Una scommessa che i Paesi possono decidere di fare nella speranza che quella percentuale fino al 90%, (riguardante, come abbiamo capito, solo le persone sane dal 12esimo giorno in poi) possa mantenersi tale anche oltre i 21. Se così non fosse, il rischio è quello di rendere del tutto inutile l’efficacia della prima somministrazione, aumentare le possibilità d’infezione e sprecare parte della fornitura.

E chi dopo la prima dose si ammala?

L’altro punto da considerare è quello del gruppo di persone che, dopo aver ricevuto la prima dose, dal giorno 0 al giorno 12 si ammalerà di Covid-19. Considerata l’immunità che gli infettati dal virus possono acquisire fino a 6 mesi dopo aver contratto la malattia, sarà un problema per loro il ritardo della seconda dose? O addirittura sarà necessario che la ricevano? Il professor Pregliasco risponde:

Su questo punto la comunità scientifica è ancora in dubbio. Per chi si ammala con sintomi gravi il richiamo sarà senza dubbio necessario, in quanto utile al rafforzamento del sistema immunitario. Per tutti gli altri positivi la decisione è ancora piuttosto arbitraria.

Secondo quanto spiega ancora il virologo, l’immunità che si acquisisce dopo aver contratto il virus, anche se riguardante la maggior parte dei casi, non è tuttavia sempre assicurata. E in effetti i casi di reinfezione ne sono un esempio. Anche a questo proposito il ritardo della seconda dose rimane un problema aperto da risolvere. La percentuale di difesa immunitaria tenuta bassa dal virus in circolo (52.4%), avrà bisogno di un rinforzo per evitare una progressiva flessione.